I mezzi del contatto: i segni sui libri

Avvicinarsi ai libri è possibile attraverso un mondo di segni che ti aiutano nell’attraversamento degli scaffali e nello “scorrimento” dei volumi. I bibliotecari hanno la mania di etichettare: etichettano i libri ed etichettano gli spazi occupati dai libri. Etichettano i libri attraverso lettere e numeri che servono per ritrovare il luogo in cui i libri sono conservati (la chiamano collocazione o segnatura) e per non “perderli”. I libri nelle biblioteche sono segnati, timbrati. Spesso più di un segno, più di un timbro. Per i libri più antichi puoi trovare traccia degli antichi proprietari di quel libro prima che fosse donato alla biblioteca, oppure segnature cancellate, sbiadite, barrate. Se guardi bene puoi trovare codici a barre, strisce magnetiche o piccole etichette che nascondono una minuscola antenna.

I bibliotecari inoltre etichettano gli spazi dove sono collocati i libri per aiutarti a scorrere le collezioni. Troverai cartelli sulle testate degli scaffali, di fianco agli scaffali, etichette sui palchetti. In questo caso non sono segni di possesso o solo strumenti di ritrovamento del volume. Sono simboli. Dove il lettore può arrivare i segni sono simboli che rappresentano ciò di cui parla il libro. Nelle biblioteche per bambini, ad esempio, le etichette sui libri hanno spesso un colore diverso per contrassegnare generi diversi (libri gioco, favole, libri didattici, ecc.).

In moltissime biblioteche l’ordine dei libri sugli scaffali rispecchia l’idea di un bibliotecario americano dell’ottocento che si chiamava Melville Dewey. Melville Dewey voleva fare di ogni biblioteca un luogo riconoscibile, semplice e confortevole. Voleva dotarla di strumenti come scaffali, cassettiere e arredamento dello stesso stile. Voleva che un lettore, in ogni città degli Stati Uniti (e forse del mondo civile) potesse riconoscere la biblioteca, così come riconosciamo, in ogni parte del mondo, un supermercato o un aereoporto. Inventò una misura standard per le schede di catalogo, inventò le scuole per bibliotecari, inventò un sistema di classificazione che fosse come una lingua comprensibile da tutti. Forse per questo l’ortografia dell’inglese gli sembrava inutilmente complicata e cercò di diffonderne una scrittura fonetica (nella quale ad ogni simbolo corrisponde un suono). Pensa che, per coerenza, scriveva il suo nome in modo fonetico: Dui.

Dewey divise le conoscenze dell’uomo in dieci classi principali (da 100 a 900), ciascuna delle quale divisa in dieci sottoclassi e poi ancora in dieci, fino a raggiungere 1.000 sezioni. Per esempio 900 rappresenta la storia, 940 la storia d’Europa e 945 la storia d’Italia. Con ulteriori suddivisioni si può avere: 945.2 storia della Lombardia, 945.22 storia della provincia di Varese. Fu un’idea molto semplice: i libri non erano più legati ad un luogo fisico (Scaffale A, Ripiano 2, n. 5 della fila) ma erano etichettati con dei simboli in base ai quali si poteva ricostruire l’ordine di collocazione in qualunque scaffale o spazio. E per di più quell’ordine ne rispecchiava il contenuto. Questo signore americano dalla barba curata, appassionato di matematica, fece discutere molto i bibliotecari dell’epoca: risolvere tutto con i numeri apparve a molti troppo complicato. Ma il successo fu immediato. I numeri sono un linguaggio universale che chiunque comprende, al di là delle barriere di cultura e di lingua. Dewey immaginava che, attraverso il suo sistema di classificazione, il lettore avesse una chiave per interpretare, senza timori, le collezioni di ogni biblioteca, in ogni luogo.

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